Mi accorgo che in me c’è quella strana pretesa.
Non è un desiderio ma una pretesa bella e buona.
La fiducia, il rispetto, la considerazione, ingenuamente ho sempre pensato
di doverli ricevere in automatico dalle stesse persone
a cui davo fiducia e rispetto e considerazione.

La pretesa.

Ancora non riesco a farci i conti con la delusione. Ancora ho i rigurgiti del passato che ogni tanto mi richiama al presente. Continuo a pretendere, nei miei pensieri contorti, che qualcuno mi debba proteggere da chi mi ferisce, da chi mi tradisce. E non c’è mai nessuno a farlo. Mai.

In un post precedente parlavo di quel meccanismo infantile che a volte cattura anche noi adulti, quel modo di lagnarsi convinti che solo così, il mondo, la vita, possano venirti incontro e salvarti, risolvendo ogni problema.
Be’, io non mi lagno mai (quasi mai), non in quel modo ma la mia mente cerca sempre una via d’uscita e la trova dentro la pretesa di essere capita.

A volte, però, mi affaccio fuori, più fuori possibile dal mio ‘dentro’ e vedo che non c’è soluzione a certi problemi anche perché mi rendo conto che non si possono cambiare certe realtà, quelle che non dipendono da me e basta. E non posso pretendere che tutto fili liscio a seconda dei miei schemi mentali, anche se li ho ben pesati, anche se ho scelto il mio modo di essere seguendo dei principi naturali.

Ci sono problemi che io considero tali solo perché li concretizzo dentro la mia pretesa e li fermo in un punto preciso della mia mente, sempre pronti a ritornare a galla dopo una semplice richiesta, un input dall’esterno, un ritorno a testate sul muro di gomma. E io lì a prendermi tutto, a pretendere tutto.

Certi ‘problemi’ si potrebbero sgretolare nel nulla se solo si riuscissero a fare delle scelte libere dai sensi di colpa, dalla bizzarra pretesa di giustizia, dal bisogno folle della verità. Ma la verità da chi? Da chi ha scelto di vivere in altro modo? Be’, non è possibile. Non si può decidere per gli altri. Non si può pretendere dagli altri, nemmeno il ragionevole, nemmeno il minimo indispensabile a una convivenza equilibrata. Nemmeno.

Accettarlo fa parte di una crescita importante, vuol dire assumersi la responsabilità delle proprie necessità emotive. Vuol dire anche, secondo il mio punto di vista del momento, rinunciare a qualcuno, allontanarsi da qualcosa, scegliere una posizione coerente con il proprio modo di essere. Prendersi la responsabilità della propria vita al di là delle pretese. Ma anche al di là delle pretese degli altri.

Anche al di là delle pretese di altri.

Pat