Il fiore estraneo, invisibile, informale e ‘povero’, che io senza nome e senza ruolo
ti ho regalato con tutto il mio cuore: la rosa bianca.

La rosa biancaUmanità che scorre dentro un dolore. Mani, occhi, abbracci e parole che si affollano. Bisogno di presenze. Bisogno di solitudine.
Ci stai, devi esserci. Legato, attaccato a un piccolo insignificante briciolo di ragione. La ragione dovrebbe andare a farsi una lunga passeggiata, in certi momenti. Invece, è sempre lì, a ricordarti quale mano muovere, che parole usare e poi si permette di contare le tue lacrime, ti sostiene, toccandoti, per non farti accasciare. Ti suggerisce di prenderti cura di lei, di lui, dell’altro. Di essere vicino. Ti comanda con fermezza di andare avanti. Andare avanti? Ma che vuol dire? Che significa andare avanti? E stare vicino? Cosa significa stare vicino a qualcuno perché si sentirà più solo o sola? E cos’è il dolore? E la mancanza?

Andare avanti. Ma la ragione non è sempre vittoriosa. La pazzia può salvarti la vita.
Pazzia, ti ho visto tra quella folla. Silenziosa e paziente. L’unica mano che ho afferrato e voluto toccare davvero.
Io dico PAZZIA! Sana e amata pazzia. Dico che non mi mancherà quel sorriso perché lo ritroverò ogni volta che avrò voglia di guardarlo. Sparlo e dico che non m’importa di chi si sentirà più sola perché io ho fatto il pieno di te mentre potevi guardarmi negli occhi e non comprendo, ora, la mancanza. I nostri sguardi complici saranno un pezzo della mia vita. La mia discreta carezza sarà sempre con me e con te. I “nostri libri” e la granita di caffè con panna che non sono mai riuscita a rifare. Le nostre fugaci confidenze. Il segreto di quel piccolo angelo d’oro bianco che ora potrai vedere con tutta calma, appeso al mio collo. Hai visto? Ora posso darti del tu. Nessuna costrizione. Adesso posso. Adesso sono pazza e libera!

Grazie perché mi hai regalato, per un istante, la tua paternità. Grazie per avermi permesso di starti vicino a modo mio. Senza chiedere quello che non avrei mai potuto darti, perché sono fatta così. Niente formalità, niente richieste, niente forzature ‘socialmente utili’. Tu lo sai che per me vuol dire prigione. Infine, GRAZIE, per aver giocato con me, in chiesa, al tuo funerale, quando in faccia al mondo che non riesce a vedermi ti sei portato via la mia rosa bianca. Che pazzia! Sei stato grande!
Il fiore estraneo, invisibile, informale e ‘povero’, che io senza nome e senza ruolo ti ho regalato con tutto il mio cuore. Per un istante ancora, nella mia mente, i nostri sguardi complici si sono incrociati e mi hai regalato il sorriso. Franco, ti voglio bene e tu lo sai. Ora lo grido anche al mondo, tanto sono pazza!

Pat – Giugno 2010