Quel giorno lui le disse:
“Possiamo decidere di camminare su quel filo, in alto, ancora non così in alto da poter cadere e farci troppo male. E possiamo andare più in alto, di più, come penso che succederà, e rischiare di cadere, poi, da un’altezza vertiginosa. Procurandoci il peggio. Oppure, possiamo scendere ora, e smettere di fare gli equilibristi.”

E lei rispose:
“Io mi faccio male comunque. Sono già troppo in alto per buttarmi giù. Posso scendere, se vuoi, piano piano e farmi meno male da un’altezza accettabile. Oppure, lasciarmi trasportare dalla bellezza. E sfiorare altezze impensabili.”

“Ti prego, no. Aspetta! Non scendere, ancora no!”
Le rispose, lui.

Dopo fu ancora amore, di quello che si libera dentro se stesso, di quello che si dichiara senza pudore, di quello che ti stringe l’anima in un caldo abbraccio. Un abbraccio che rimane per sempre. Nonostante.

Il pensiero degli altri, però, la convenzione, però, il senso di colpa, però, presero il sopravvento. Come sempre.

Lei sperava di poter vivere il suo amore nella forma più vera e pura e libera da ogni pregiudizio. Questo sperava. E il suo cuore si era assopito dentro questa speranza. Cercava il massimo, voleva l’altezza, il sole in faccia, l’emozione del vento, voleva il corpo bagnato dalla pioggia e i tuoni e i lampi e l’abbraccio di lui nella tempesta. E lo stupore dell’arcobaleno visto da vicino. Lei voleva essere nuda senza vergogna.

Ma la purezza si sporca facilmente. Basta un pensiero fisso, una paura assecondata, un’emozione frenata, una carezza non data.

Così, a camminare sul filo si perde l’equilibrio continuamente. Non si pensa ad altro che al rischio di cadere. E si scende, a diventare spettatori di se stessi.
Tutto si ritrasforma, tutto ridiventa, tutto riprende il suo posto buono nella società. Con i vestiti addosso e con un sogno sfiorato a pizzicarti i polpastrelli delle mani.

C’erano stati così vicini, a quell’altezza, a quella bellezza!

Lei scese più in basso. Si mise a guardare l’amore, tra le sue mani. Era bello come il sole, lo era ancora. Era alto, superbo, nudo come l’immagine di loro due allo specchio, abbracciati stretti.
Se lo prese con sé. Prese il suo amore, a proteggerlo, a custodirlo. Ormai era suo e basta. Ormai era al di là di Lui.
Scese dal filo, si sdraiò sulla terra fredda e guardò il cielo. Sentì il profumo di quell’altezza e disse:

“Scusami, amore mio, non ti dovevo portare così in alto.”

Pat