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Ci arrivano foto, notizie, pezzetti di realtà che possiamo solo tentare di mettere insieme e farci un’idea. E c’è poco da parteggiare, c’è poco da schierarsi quando la gente muore. Quando la gente si fa guerra. C’è poco da giocare a fare ‘quelli che ci capiscono’. Ormai, però, si fa il tifo per tutto e siamo tutti esperti, abbiamo perso il pudore anche di fronte alla realtà più cruda.
Quella foto con la piccola Leyla issata proprio come la bandiera palestinese dove è stata avvolta. E poi una madre disperata, donne intorno a lei, un cellulare che spunta di lato a riprendere quella realtà. Così sembra. Sembra anche un quadro, una pittura che rappresenta una storia che non ci appartiene. Ma è solo una foto. Così sembra. Leyla al confine con Israele, sulla linea della protesta, là, dove non dovrebbe esserci nessun bambino. Non in quel momento, non in quella situazione. I bambini dovrebbero essere protetti, nascosti, tutelati. Dopo è tardi. Non esistono bandiere che possano fare miracoli, nemmeno se le avvolgi sul corpo di un bambino. Nessun miracolo. Né sociale, né politico, né umano. Ma è la guerra, lo so. E purtroppo non posso fare a meno di pensare a quanto in là possa spingerti la disperazione, la fame di giustizia, il dovere (“È nostro dovere essere qui”) ma anche l’odio, la rabbia e forse… anche la spietata propaganda. Forse.

Una riflessione a rischio, lo so.

Pat