Grazia Deledda

Grazia Deledda, unica scrittrice italiana a ricevere il Premio Nobel per la letteratura.

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Grazia Deledda, la scrittrice...

Dotata di un forte carattere, decide di provvedere da sola alla propria formazione culturale, dedicandosi alla lettura, quasi febbrile di svariati autori - di Monica Rognetta

“Siamo proprio come canne al vento.
Siamo canne, e la sorte è il vento”.
 

Grazia Deledda

Grazia Deledda nasce il 27 settembre 1871 a Nuoro da una famiglia benestante. Suo padre Giovanni Antonio, piccolo proprietario terriero con diploma di procuratore, non le consente, dopo la scuola elementare, di intraprendere gli studi superiori. Ha un’istruzione informale impartitale da un istruttore privato che stimola in lei l’amore per la letteratura. Dotata di un forte carattere, decide di provvedere da sola alla propria formazione culturale, dedicandosi alla lettura, quasi febbrile di svariati autori. Studia la Bibbia, da cui trae un senso tragico della religione e del peccato, e romanzieri moderni, in particolare francesi (Dumas, Balzac e Hugo) e russi (Tolstoj, Dostoevskj). Influenzata da queste letture, realizza i primi lavori, romanzi e novelle di ambientazione sarda. Ancora adolescente compone le prime novelle pubblicate su riviste femminili sarde o romane come "Ultima moda".

Ostacolata dalla famiglia e criticata dalla società nuorese, Grazia non si scoraggia. Invia anche in Continente le sue novelle a puntate, abbandona a poco a poco la lingua dialettale ed approfondisce lo studio dei caratteri dei suoi personaggi. Il suo stile comincia a personalizzarsi: il primo romanzo "Fior di Sardegna" nel 1892, "Racconti sardi" nel 1894, "Anime oneste" nel 1895, "Paesaggi sardi" nel (1896).
Nel 1900 sposa Palmiro Madesani, funzionario ministeriale e si trasferisce  a Roma, dove si dedica interamente all’attività letteraria, nella quale il ricordo dell’isola natia rimane un tratto costante. In questo periodo escono le sue opere maggiori fra cui: "Elias Portolu" (1903), "Cenere" (1904), "Canne al vento" (1913), considerato il capolavoro indiscusso, "Marianna Sirca" (1915). In collaborazione con C. Antona Traversi scrive un’opera teatrale "L’edera" (1912) e nel 1921 "La Grazia" composta con C. Guastalla e V. Michetti, nel 1920  "La madre".
Il successo crescente della sua produzione viene suggellato nel 1926 dal conferimento del Nobel per la letteratura, così termina il prof. Schuck:
"Alfred Nobel volle che il premio letteratura venisse attribuito a chi con le sue opere letterarie avesse dato all’umanità quel nettare che infonde salute e energia di vita morale."
Conformemente a questa volontà del testatore, l’Accademia Svedese ha aggiudicato a Grazia Deledda il premio: "Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano".

 

Foto di Grazia Deledda.
              
Nei suoi romanzi la vicenda umana appare come una lotta tra peccato e volontà di riscatto. Nelle sue opere predominano i sentimenti forti dell’amore, del dolore e della morte sui quali aleggia il senso del peccato, della colpa, e la coscienza di una inevitabile fatalità. I suoi personaggi irrequieti e spesso travagliati da dissidi interni, sempre però sostenuti da una profonda intimità religiosa, si muovono sullo sfondo di un paesaggio arcaico e austero, quasi sempre quello sardo.
"Adoro l’arte e il mio ideale è di sollevare in alto il nome del mio paese, così mal conosciuto e denigrato al di là dei nostri malinconici mari, ne le terre civili. E lavoro, lavoro tanto, come un uomo, per la mia Idea, e riuscirò, benché sia una piccola personcina pallida ed umile, che ha però lo spirito grande e ardente come gli oscuri occhi andalusi". Aveva scritto Grazia Deledda in una lettera datata Nuoro, ottobre 1891, al critico Luigi Falchi.
La ricorrenza, nelle sue pagine narrative, di paesaggi e personaggi del folclore sardo, che potrebbe indurre a collocare la scrittrice nel filone della narrativa veristica di fine Ottocento, è in realtà per la Deledda un modo di esprimere il proprio lirismo inquieto.
Scrive di lei lo scrittore siciliano Luigi Capuana: “I suoi personaggi non possono essere confusi con personaggi di altre regioni; i suoi paesaggi non sono vuote generalità decorative. Il lettore, chiuso il libro, conserva vivo il ricordo di quelle figure caratteristiche, di quei paesaggi grandiosi; e le impressioni sono così forti che sembrano quasi immediate, e non di seconda mano e divengono percepibili come attraverso un’opera d’arte”.
Il suo romanzo autobiografico "Cosima" uscì nel 1937, ad un anno dalla sua morte, avvenuta a Roma il 15 agosto 1936.

 

La primavera
L’inverno aveva rinfrescato anche
il colore delle rocce. Dai monti scendevano,
vene d’argento, mille rivoletti silenziosi,
scintillanti tra il verde vivido dell’erba.
Il torrente sussultava in fondo alla valle tra
i peschi e i mandorli fioriti, E tutto ’era puro,
giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo.

(Grazia Deledda)


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scritto da Monica Rognetta 

 

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